24/06/2020
QUELLO CHE I MEDIA NON DICONO: LE CAUSE STORICHE DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO
La causa fa intuire un effetto, come ogni effetto consente di risalire a una causa. (Honoré de Balzac)
Si è parlato molto in questo periodo del Debito Pubblico Italiano post-COVID. Da quello che si legge, i numeri stimati di certo fanno sobbalzare dalla sedia:
SI richiederà un deficit aggiuntivo che sarà pari a 55 miliardi, cioè il 3,3% del PIL e non ci si fermerà lì, perché ci sarà una ricaduta dell’1,4% del prodotto interno lordo sul 2021, con un fabbisogno che dovrebbe superare i 161 miliardi. In parole povere, il nostro fabbisogno sarà di 160 miliardi. Il prodotto interno lordo crollerà a -8%, mentre il deficit schizzerà a +10,4%.Il debito pubblico è destinato a portarsi al 155,7% del PIL e ad avvicinarsi a 2.600 miliardi.
Certo… in un paese dalla lunga crescita asfittica, non ci voleva di certo la Pandemia.
Ma c’è un approfondimento che non viene mai suggerito dagli organi di informazione. E neanche dai politici che parlano solo del breve termine… non risalendo mai alle cause storiche che insegnerebbero loro come affrontare in modo più preparato e lungimirante le gravi difficoltà che periodicamente emergono…
Da dove deriva questa grave situazione? Qual è stato il rapporto causa/effetto che l’ha creato?
Mario Seminerio ne parlava già nel 2014
“Il dato da indagare è l’esplosione del rapporto debito-Pil, che nel decennio degli anni Ottanta decolla: (…) da circa il 60 per cento nel 1979 si passa in un solo decennio al 90 per cento, per arrivare nel 1992 al 105 per cento. Che cosa è successo per giustificare la drammatica inversione avutasi nello sviluppo italiano? Si possono dare parecchie spiegazioni (poche grandi imprese, mancato inserimento nell’imponente rivoluzione tecnologica e dei servizi di fine Novecento, aumento eccessivo del costo del lavoro, eccetera), ma se ne affaccia di continuo, mi sembra, una in particolare, benché mai sviscerata fino in fondo. Vale a dire che in Italia ciò che è venuto meno non è qualcosa che attiene direttamente all’economia, ma è piuttosto una generale «capacità sociale di crescita»
Gli anni Ottanta sono stati il decennio delle politiche fiscalmente irresponsabili che hanno prodotto l’esplosione della spesa pubblica, in più che verosimile funzione di costruzione di consenso sociale. Il rapporto deficit-Pil in doppia cifra in quel periodo è lì a ricordarcelo. Ma in quel decennio si è anche verificato altro: Paul Volcker, nominato alla Fed da Jimmy Carter e riconfermato da Ronald Reagan, aveva giurato di sradicare la stagflazione dal sistema economico, attraverso una politica monetaria molto aggressiva, che produsse tassi reali in forte crescita.
Da noi, pressoché in contemporanea, si verificava il cosiddetto “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro , che tra le altre cose implicava il venir meno dell’obbligo per la nostra banca centrale di garantire il successo delle emissioni di titoli di stato attraverso sottoscrizione dell’invenduto. Dalla seconda metà degli anni Ottanta il nostro paese, che sino a quel momento aveva vissuto di svalutazioni competitive, indicizzazione integrale dell’economia (con una ubiqua scala mobile) e soprattutto una totale immobilità dei capitali che consentiva una più o meno agevole repressione finanziaria e finanziamento del deficit, entrò poi negli accordi di progressiva liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitale. Il combinato disposto di queste circostanze (persistente disordine nei conti pubblici, mancata monetizzazione dei deficit pubblici, progressiva liberalizzazione dei movimenti di capitale) determinarono la forte ascesa del nostro rapporto debito-Pil.
Per verifiche di prima approssimazione ma non per questo meno probanti, basti osservare in cronologia (senza perdere di vista la serie storica del deficit-Pil) i rendimenti di aggiudicazione dei Bot a 3, 6 e 12 mesi nel corso del decennio Ottanta. Il tasso reale, inteso come differenza tra rendimento del Bot e tasso d’inflazione sale costantemente. Ecco, da questo “dettaglio” e dalla persistenza di un deficit-Pil a doppia cifra si colgono le radici dell’esplosione del nostro rapporto debito-Pil.
Dopo di che, si possono fare tutte le analisi politologiche che si preferisce ma l’esito resta quello: l’Italia ha posto le basi della propria dannazione nel decennio Ottanta, dal quale non è più riuscita a riprendersi. Incidentalmente bisognerebbe pure chiedersi perché altri paesi, posti nelle identiche nostre condizioni (divieto di monetizzazione del deficit pubblico, liberalizzazione dei flussi di capitale), non siano riusciti ad accumulare un simile rapporto debito-Pil.
Le conclusioni le lasciamo a voi. In caso foste tentati di suggerire che la risposta sta nella persistente incapacità del nostro paese di adeguarsi al contesto esterno (che i disfattisti e gli antipatrioti chiamano vincolo), al momento non ci sentiremmo di darvi torto... Naturalmente potreste anche controbattere che occorre fermare il mondo per agevolare la discesa di tutti i richiedenti. Chiedere costa meno che pagare la fornitura regolare di sostanze psicotrope e rappresenta un investimento elettorale dal rendimento potenzialmente molto elevato, soprattutto (guarda caso) in Italia.”
Colgo l’occasione per ricordare il maestro Paul Volcker, il debellatore della Grande Inflazione degli anni '70, economista ed ex governatore Fed scomparso recentemente a fine 2019.
Rivolgetevi a me se volete approfondire anche in chiave storica i temi finanziari. E per definire nel modo più accurato possibile la “vostra” personale relazione col rapporto causa/effetto, in modo che l’investimento possa ritenersi fattore di stabilità e non di tensione.