07/10/2026
PENSIONATI DIMENTICATI, PENSIONI IMPOVERITE
Hanno fatto crescere l’Italia. Ora chiedono dignità e tutela. Il caro vita erode gli assegni e restringe la libertà di chi ha lavorato una vita. I dati INPS e ISTAT richiamano politica e sindacati alle proprie responsabilità.
a cura di Giovanni Firera
Hanno lavorato nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri, nel commercio e nei servizi. Hanno versato contributi, pagato imposte, cresciuto figli e sostenuto lo sviluppo economico del Paese. Oggi, per una parte importante di questa generazione, la pensione significa fare i conti con rinunce crescenti e con la sensazione di ricevere un’attenzione insufficiente.
La questione riguarda milioni di cittadini. Secondo il Casellario centrale dei pensionati, illustrato dall’INPS, alla fine del 2024 i beneficiari di prestazioni pensionistiche erano 16.305.880. Le donne rappresentavano il 51% del totale, ma percepivano redditi pensionistici medi annui di 19.140 euro, contro i 25.712 euro degli uomini. Un divario che rende ancora più evidente la necessità di una tutela attenta alle diverse condizioni personali.
Dietro questi numeri ci sono persone che hanno contribuito alla crescita dell’Italia e che hanno diritto a mantenere autonomia, sicurezza e partecipazione alla vita sociale.
Il problema del potere d’acquisto è concreto. L’ISTAT registra un aumento medio dei prezzi dell’8,1% nel 2022, seguito dal 5,7% nel 2023. Nello stesso biennio, i prezzi degli alimentari sono cresciuti rispettivamente dell’8,8% e del 9,8%. Una pressione particolarmente pesante sulle spese quotidiane, quelle alle quali è più difficile rinunciare.
L’inflazione ha poi rallentato: 1% nel 2024 e 1,5% nel 2025. Ma un rallentamento non riporta i prezzi ai livelli precedenti: significa che continuano a salire, seppure più lentamente. Per chi vive di un reddito pensionistico, resta quindi decisivo quanto dell’aumento del costo della vita venga effettivamente recuperato.
Le regole di rivalutazione hanno protetto diversamente le varie fasce. Nel 2023, l’INPS ha riconosciuto l’adeguamento pieno entro quattro volte il trattamento minimo e percentuali ridotte sopra questa soglia. Per la fascia superiore a cinque e fino a sei volte il minimo, nel 2024 il recupero era fissato al 53% dell’indice di rivalutazione. Una pensione può dunque aumentare nell’importo e, contemporaneamente, recuperare soltanto una parte dell’inflazione.
L’esempio contenuto nei dati di partenza aiuta a capire l’effetto nel tempo: per un trattamento arrivato nel 2025 a 2.826 euro lordi mensili, circa 1.917 netti, il mancato recupero rispetto alla rivalutazione integrale è stimato in 37.498 euro lordi cumulati tra il 2012 e il 2025. È un caso specifico, da distinguere dalla perdita media di tutti i pensionati, ma rende visibile quanto possano pesare gli adeguamenti parziali nell’arco di molti anni.
La fragilità emerge anche dalle condizioni di vita. Secondo l’ISTAT, nel 2024 la metà degli anziani che vivevano soli disponeva di un reddito netto annuo non superiore a 18.614 euro, equivalente a circa 1.550 euro mensili. Nel 2025, inoltre, il rischio di povertà o esclusione sociale raggiungeva il 32,6% tra le persone appartenenti a famiglie sostenute principalmente da pensioni o trasferimenti pubblici: una categoria più ampia dei soli pensionati, ma significativa delle difficoltà di chi dipende da queste entrate.
I dati richiedono anche precisione: non descrivono un impoverimento uniforme. L’ISTAT segnala un recupero dei redditi familiari reali nel 2024. Questo miglioramento, tuttavia, non elimina le differenze tra famiglie né risolve il problema degli assegni che hanno recuperato solo parzialmente l’inflazione.
Da troppo tempo manca un’attenzione politica e sindacale all’altezza della questione. Nell’ultimo decennio si avverte la sensazione che i pensionati siano ascoltati soprattutto durante le campagne elettorali o quando si discutono i conti pubblici. Anche il sindacato deve interrogarsi sul proprio ruolo: la presenza dei pensionati nelle manifestazioni e nei cortei deve trovare una corrispondenza nella forza con cui vengono difesi i loro diritti. Sono persone da rappresentare ogni giorno, con continuità, proposte concrete e risultati verificabili.
Pur riconoscendo le iniziative delle organizzazioni dei pensionati, resta l’impressione che si sia indebolita quella funzione di protezione degli ex lavoratori che dovrebbe costituire un impegno fondamentale del sindacato. Chi ha concluso la propria attività professionale conserva esigenze, diritti e una storia di lavoro che meritano piena rappresentanza.
Sul versante politico, è difficile riconoscere oggi una voce capace di interpretare con continuità e incisività le necessità di questa grande parte della società civile. Ai pensionati si chiedono imposte e contributi al risanamento dei conti pubblici, anche attraverso il recupero parziale dell’inflazione; troppo debole appare invece l’impegno a tutelare il valore delle loro pensioni. Dopo decenni di lavoro e di contribuzione, la sicurezza economica deve essere riconosciuta come una responsabilità dello Stato. La politica e il sindacato sono chiamati a restituire centralità a queste persone, difendendone il reddito, l’accesso alle cure e la possibilità di vivere con dignità.
Servono regole di rivalutazione stabili, attenzione alla pressione fiscale e servizi sanitari e assistenziali accessibili. Perché la dignità si misura anche nella possibilità di curarsi, sostenere una spesa imprevista, mantenere relazioni e vivere senza l’angoscia di ogni scadenza.
I pensionati continuano a essere parte attiva delle famiglie e delle comunità. Il loro contributo merita riconoscimento anche quando il lavoro è terminato.