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Michele Ortale - Responsabile clienti Alleanza Torino Regio Parco Sales Manager - Gestione Team di Consulenti Assicurativi e di investimento

26/05/2026
26/05/2026

Immaginate che il 27 febbraio 2026 vi venga comunicato che sta per scoppiare una guerra in Medio Oriente che bloccherà di fatto lo Stretto di Hormuz.
Di fronte a questa opportunità unica, la logica di investimento tradizionale imporrebbe di ridurre l’esposizione azionaria all’interno del vostro portafoglio e di aumentare gli strumenti di diversificazione classici, come i titoli di Stato.

Incredibilmente, questa strategia avrebbe generato perdite dal momento in cui sono iniziati i bombardamenti fino alla fine di aprile.

Dietro questa relativa resilienza del mercato azionari USA vi sono fattori determinanti che vale la pena considerare.

Il primo è la prospettiva di continui progressi nel campo dell’IA.

L’altro fattore a sostegno è di natura storica, ovvero il fatto che le guerre non hanno mai provocato in modo sistematico ed esclusivo crolli dei mercati azionari o recessioni negli Stati Uniti. Forse ciò riflette la posizione geografica privilegiata dell’America, che le consente di intraprendere “avventure” all’estero per poi ritirarsi senza conseguenze significative per l’economia interna.

Ma forse il fattore più importante a sostegno del mercato, in questo momento, è l’esercito di investitori retail americani. Una ricerca di JPMorgan Chase 4 ha rivelato un cambiamento strutturale epocale in questo segmento di mercato.

Per gli investitori, le implicazioni di tutto ciò sono molteplici. Innanzitutto, le reazioni dei mercati alla guerra in Iran non dovrebbero costituire un motivo per stravolgere completamente i portafogli esistenti.

Per quanto riguarda il mercato azionario, molto dipende da come vengono interpretati i cambiamenti sopra descritti, ovvero se come espressione di euforia o di mutamenti strutturali più profondi. Sebbene vi sia un elemento di esuberanza nei recenti aumenti degli utili e nel comportamento degli investitori retail, il cambiamento nel panorama di chi investe – facilitato dalle app di trading e dai forum online (certamente) iperattivi – suggerisce un cambiamento culturale duraturo che, semmai, probabilmente sostiene l’approccio tradizionale del “buy-and-hold” che ha riscosso così tanto successo storicamente.

19/05/2026

In passato, i mercati hanno assorbito le guerre, gli shock politici, le crisi petrolifere, le pandemie e i cambiamenti nell’ordine globale e, nel tempo, la resilienza ha finito generalmente per prevalere.

Le fasi di discontinuità generano spesso un forte impulso a reagire, tuttavia la storia ha ripetutamente dimostrato che cercare di assecondare tali oscillazioni tende a essere più rischioso che restare investiti durante le stesse.

Adottare una prospettiva a lungo termine significa restare ancorati alla diversificazione, alla disciplina delle valutazioni e rimanere focalizzati su aziende con utili resilienti, solidità patrimoniale e potere di determinazione dei prezzi. Queste sono qualità che possono durare ben oltre il rumore del mercato a breve termine.

Scendendo nello specifico, gli Stati Uniti hanno mantenuto un vantaggio significativo rispetto agli altri mercati sviluppati, sostenuti da un’economia che rimane insolitamente adattiva e commercialmente dinamica.
L’indebolimento del dollaro ha alimentato il dibattito, in particolare laddove riflette un’inquietudine legata alla sostenibilità fiscale o all’imprevedibilità della politica. Tuttavia, i fondamenti più profondi della leadership del dollaro statunitense rimangono integri. Liquidità, spessore istituzionale e l’assenza di un’alternativa credibile continuano a sostenerne il ruolo centrale nel sistema finanziario globale, nonostante la sua posizione dominante sia sempre più sotto osservazione.

Raramente un leader di mercato durevole si fonda solo sul sentiment. È sostenuto da un ecosistema che persegue nel generare utili, innovazione e capacità di reinventarsi nel tempo.

In sintesi, tali caratteristiche delineano un mercato statunitense sostenuto non solo da utili solidi e dalla leadership dell’innovazione, ma anche da una partecipazione più ampia, dalla resilienza economica e da punti di forza strutturali durevoli. I rischi a breve termine sono reali e necessitano di attenzione, ma si affiancano a fondamenta più profonde che continuano a tracciare la traiettoria futura. E sono proprio questi punti di forza duraturi a rimanere centrali per la prossima fase dell’America.

27/04/2026

La guerra in Iran rende quasi impossibile prevedere dove si dirigerà il conflitto e quando lo Stretto di Hormuz si riaprirà, ma qualunque sia l’esito finale sembra unanimemente accettato che i prezzi del petrolio rimarranno più alti, forse molto più alti, per più tempo, costringendo molti investitori che per anni hanno evitato le azioni energetiche, a ripensare la loro posizione.

Ci sono state molte ragioni per cui gli investitori in passato hanno evitato le azioni energetiche, tra cui un lungo periodo di calma dopo gli shock inflazionistici degli anni ’70 e ’80, il boom dello shale Usa che ha tenuto sotto controllo i prezzi, i bassi tassi di interesse che rendevano attraenti le azioni tech ad alta crescita e le preoccupazioni sul cambiamento climatico che rendevano politicamente sgraditi i produttori di petrolio.

I tempi però sono cambiati (drammaticamente) e gli investitori dovranno fare altrettanto. Sta diventando più difficile scartare uno scenario di shock inflazionistico guidato dall’energia. Gli analisti dicono che è probabile che il punto di strozzatura di Hormuz rimanga (anche nelle previsioni più ottimistiche) almeno parzialmente chiuso per qualche tempo.

Il settore oil ha storicamente di gran lunga il miglior record vs inflazione.
Durante periodi di aumenti dei prezzi le società petrolifere e del gas hanno battuto l’inflazione il 74% delle volte e hanno consegnato un rendimento reale annuo medio di circa il 12,9%.

Gli investitori che vogliono aumentare l’esposizione alle azioni energetiche dovranno comunque farlo con cautela.
Il settore energetico dell’S&P 500 è balzato del 33% finora quest’anno e le valutazioni sono ricche, ma il futuro è tutto da decifrare.
Buona finanza a tutti
fonte StartMag

Domani, alle 15.00, segui la diretta streaming dell’evento “Educazione Finanziaria a Scuola: facciamo il punto!”, organi...
17/03/2026

Domani, alle 15.00, segui la diretta streaming dell’evento “Educazione Finanziaria a Scuola: facciamo il punto!”, organizzato da Fondazione Mario Gasbarri di Alleanza e AIEF – Associazione Italiana Educatori Finanziari, con il patrocinio del MEF – Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Durante l’incontro, in diretta dalla Camera dei Deputati, Alleanza presenterà i risultati della 2° edizione della ricerca sull’introduzione dell’Educazione Finanziaria nei programmi scolastici italiani, realizzata da BVA Doxa.
Un’occasione di confronto, alla presenza delle istituzioni, per tracciare un bilancio del primo anno scolastico in cui l’Educazione Finanziaria è stata introdotta come materia obbligatoria.

Segui la diretta streaming sulla WebTV della Camera, al link https://lnkd.in/dTpd55cj, e sui canali social Facebook e Linkedin di Alleanza.

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17/03/2026

Si prospetta una settimana cruciale per le banche centrali, che potrebbe fornire agli investitori indicazioni sulla loro reazione alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Va sottolineato che i tassi di interesse rappresentano uno strumento poco efficace per gestire uno shock dal lato dell’offerta, ma la storia dimostra che possono contrastare un aumento dell’inflazione. Esiste quindi un margine di manovra per un taglio dei tassi di interesse a sostegno della crescita prima che si accumulino pressioni inflazionistiche di fondo.

Nel complesso, alcuni analisti prevedono che le banche centrali si concentreranno sullo shock di crescita a breve termine e non terranno conto di un potenziale picco dell’inflazione complessiva (determinato dall’energia e dalle catene di approvvigionamento). Ci si aspetta quindi un orientamento accomodante nei comunicati, ma con la porta aperta a futuri aumenti dei tassi (a seconda dei dati). Riteniamo che vi sia un margine per tagli dei tassi a sostegno dell’economia nelle prossime due riunioni.

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