15/08/2026
Commento alla notizia di TERNTODAY https://www.ternitoday.it/economia/teghe-una-chiusura-ogni-giorno-dati.html
Terni dice addio alle botteghe: nell’ultimo anno si è abbassata una serranda al giorno
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La desertificazione commerciale di Terni continua, inesorabile.
Uno dopo l’altro, i negozi di vicinato, food e non-food, abbassano definitivamente le saracinesche. E troppo spesso dietro quella saracinesca chiusa non c’è soltanto un’attività che termina, ma un’impresa che lascia debiti, investimenti non recuperati, posti di lavoro persi e famiglie che devono fare i conti con le conseguenze di una crisi che dura da anni.
Sono anni, forse decenni, che leggiamo articoli, statistiche e inchieste sulla chiusura dei negozi, sulla perdita di occupazione e di fatturato e sull’indebitamento delle imprese.
Ma una domanda sorge spontanea: le istituzioni cosa stanno facendo?
E le associazioni di categoria?
Perché non possiamo continuare semplicemente a contare le saracinesche che si abbassano.
Bisogna intervenire prima che chiudano.
Il commercio di vicinato non è soltanto un’attività economica.
È presidio sociale, sicurezza, relazione, identità del quartiere e vitalità della città. Quando un negozio chiude, non scompare soltanto un’impresa: si impoverisce il territorio.
C’è poi un altro aspetto sul quale dobbiamo avere il coraggio di riflettere: il comportamento del consumatore.
Acquistare sulle grandi piattaforme online può certamente essere conveniente e il consumatore è libero di scegliere dove spendere il proprio denaro. Ma dobbiamo essere consapevoli che quella scelta produce conseguenze sull’economia locale.
Quando acquistiamo da un'attività del territorio, una parte significativa di quel valore rimane nella nostra comunità: sostiene un’impresa locale, i suoi dipendenti, i suoi fornitori e contribuisce al circuito economico e fiscale del territorio.
Quando invece il processo di acquisto si sposta completamente verso una grande piattaforma, una quota molto maggiore del valore generato può finire fuori dal territorio, con ricadute inevitabili sull'economia locale e sull'occupazione.
E c'è una situazione paradossale che molti commercianti conoscono bene.
Il cliente entra in negozio, prova una calzatura, misura un abito, chiede consiglio al commerciante, utilizza il servizio e la professionalità di chi ha investito denaro per avere quel prodotto disponibile in città.
Poi esce dal negozio e lo acquista online, magari risparmiando qualche euro.
Alcuni commercianti hanno persino iniziato a esporre cartelli per denunciare questo fenomeno.
E la risposta che spesso ricevono è: “Se costa meno online, perché dovrei comprarlo qui?”
È una domanda legittima.
Ma allora dobbiamo porci anche un'altra domanda: quanto vale, per noi, avere ancora un negozio sotto casa?
Perché se continuiamo a utilizzare il negozio soltanto come showroom gratuito, dove provare, misurare e toccare i prodotti per poi acquistare altrove, non possiamo sorprenderci quando quel negozio, prima o poi, chiuderà.
E quando avrà chiuso, non ci sarà più nessuno a offrirci quel servizio, quella consulenza e quella possibilità di acquistare fisicamente il prodotto.
La desertificazione commerciale non è soltanto un problema economico. È un problema sociale e territoriale.
Le istituzioni devono fare la loro parte, creando condizioni fiscali, economiche e normative che consentano al commercio di prossimità di competere.
Le associazioni di categoria dobbiamo fare anche noi la nostra parte, rappresentiamo con maggiore forza le esigenze delle piccole imprese.
Ma anche i consumatori devono fare la loro.
Forze che devono interagire e cooperare per frenare questo fenomeno che sta assumendo aspetti socialmente devastanti.
Perché ogni acquisto è una scelta.
E ogni scelta contribuisce a decidere che città avremo domani.
Una città viva, con negozi, persone e servizi, oppure una città fatta di saracinesche abbassate?
Raffaele Amici
Segretario provinciale – Imprese Italia Terni