Federazione del Sociale USB

Federazione del Sociale USB Organizzazione sociale dei disoccupati, precari, migranti, studenti, pensionati, abitanti delle periferie

La confederazione socialeMentre la società si frammenta, mentre la precarietà di lavoro e di vita mette tutti in condizione di forte ricattabilità, mentre si alimenta l’odio contro il diverso e chi vive in condizioni peggiori della nostra, mentre l’angoscia di futuro favorisce l’egoismo sociale, la confederazione sociale muove in senso opposto. È la controtendenza, la ricostruzione degli anticorpi

sociali al razzismo e allo scontro tra poveri, è la scommessa che sia possibile ricostruire un legame sociale ed anche organizzato tra tutti quelli che fanno parte del mondo di sotto. La confederazione sociale è un progetto ma anche un processo. Ricostruire le condizioni peruna nuova forma di organizzazione di massa che metta insieme i lavoratori stabili, i precari, i disoccupati, i senza casa, i migranti, gli abitanti delle periferie metropolitane non sarà facile. Questa pagina è solo un contributo in questa direzione.

28/08/2026

Notizie allarmanti dall’Avvocatura Generale dello Stato: l’Italia è dentro la guerra mondiale

Per l’Avvocatura Generale dello Stato “è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. È quanto scritto nella memoria a difesa della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Direzione territoriale Emilia Romagna e Marche, per contestare alla giornalista Linda Maggiori la possibilità di accedere agli atti e ai documenti relativi alle attività nel porto di Ravenna. L’obiettivo di Linda Maggiori era quello di far ve**re alla luce i traffici di armi che da tempo avvengono nel porto e mettere in evidenza le violazioni della legge 185 del 1990, che vieta il commercio di armi con paesi coinvolti in teatri di guerra o riconosciuti colpevoli di lesioni dei diritti umani.

Per l’Avvocatura Generale dello Stato, “la propalazione, attraverso i mezzi di informazione, dei dati e delle informazioni de quibus consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni internazionali dello Stato, del porto di Ravenna”, che in realtà è un porto civile e commerciale e nessuno aveva affermato, fino ad adesso, che fosse strategico per gli interessi nazionali del nostro Paese.

Il dato allarmante di questo pronunciamento dell’Avvocatura dello Stato è che i traffici dei nostri porti civili rappresenterebbero informazioni riservate che non possono essere rese pubbliche senza nuocere agli interessi della nostra sicurezza. Di fatto, in questo modo, non sarebbe possibile esercitare un controllo effettivo sulla reale applicazione della legge 185 e nessuno potrebbe mettere in discussione il commercio con paesi belligeranti o, ancor peggio, colpevoli di genocidio.

In questo modo si vorrebbe impedire di fare luce su quanto sta avvenendo in porti, aeroporti e stazioni del nostro Paese, che sempre più vedono aumentare il traffico e lo spostamento di armamenti, in un clima di crescente coinvolgimento dell’Italia nelle operazioni di guerra. Ora, candidamente, anche l’Avvocatura dello Stato, dichiara che siamo in guerra e giustifica la mancanza di trasparenza con esigenze di sicurezza nazionale, perché saremmo coinvolti in una guerra mondiale già in atto.

Un secchio d’acqua gelida sulla faccia di chi fa ancora finta di non capire.

05/08/2026
30/07/2026

+++EDITORIALE+++

L’Italia va alla guerra
Mentre l’Ilva chiude, l’inflazione torna a correre e i salari riprendono a scendere, Tajani e Crosetto chiedono prestiti per le armi.

Si chiama SAFE, Security Action For Europe, ed è un programma di prestiti europei a lunga scadenza per l’acquisto e la fabbricazione di nuovi armamenti. Questi includono munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni e sistemi anti-drone, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture critiche, protezione degli asset spaziali, sicurezza informatica, tecnologia AI e sistemi di guerra elettronica. La Presidente della Commissione europea Ursula Van der Leyen ha avuto modo di spiegare più volte, in modo molto esplicito, che questo programma finanziato con 150 miliardi di euro serve a preparare l’Europa entro il 2030 alla guerra contro la Russia.
Pochi giorni fa il ministro degli esteri Tajani ha reso noto che l’Italia ha fatto richiesta di un prestito di 14,9 miliardi di euro del programma Safe, specificando che sarà poi il ministro della difesa Crosetto a indicare i progetti sui quali viene chiesto il finanziamento.
In Italia il governo Meloni è molto attento alla comunicazione, soprattutto quando si parla di guerra. Mentre in Europa sono molto più chiari e spiegano che la popolazione deve prepararsi alla guerra, qui da noi si usano argomenti più ibridi per nascondere i fatti, come l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno all’occupazione e, naturalmente, la necessità di difendersi.
Ma il dato eclatante è che, davanti ad una drammatizzazione della situazione economica, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel settore siderurgico e con la certificazione che i salari hanno ripreso a scendere nonostante i decantati rinnovi contrattuali, il governo chiede prestiti per le armi. E che prestiti!

Del resto, viene da dire, dal lato delle opposizioni tutto tace. La Schlein ha ribadito recentemente, in una lunga intervista sul Foglio, l’appoggio incondizionato all’Ucraina e quindi il via libera a nuovi finanziamenti per proseguire la guerra con la Russia. E’ la conferma delle posizioni assunte in tutti questi anni di completo appiattimento sulla linea guerrafondaia della Ue e della Nato e che, indirettamente, giustifica poi anche la scelta del riarmo.
Dal fronte sindacale l’attenzione invece è rivolta a ben altro. Proprio ieri, 29 luglio, sono tornati a riunirsi Confindustria e 14 associazioni datoriali assieme a Cgil, Cisl e Uil, per proseguire nella costruzione del Patto che dovrà portare a sancire, una volta per tutte, l’assoluto monopolio dei diritti sindacali nelle mani della triplice. Anche questo in fondo è funzionale alla guerra, aiuta a tenere bassi i salari e a contenere l’incazzatura del mondo del lavoro.

Forse è ora di ricominciare a pensare che non abbiamo molte vie d’uscita. Tra queste ce n’è una che dice: blocchiamo tutto! Per la pace, per il salario, per il lavoro, blocchiamo tutto.

23/07/2026

Rider, il nodo decisivo è riconoscere il lavoro subordinato

Dalle anticipazioni di stampa sullo schema di decreto legislativo di recepimento della Direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme emergono alcuni elementi di indubbio interesse, come il rafforzamento della trasparenza algoritmica, il divieto di decisioni esclusivamente automatizzate sulla sospensione o cessazione del rapporto e il diritto dei lavoratori a conoscere, contestare e ottenere il riesame delle decisioni assunte dalle piattaforme.
Tuttavia, il nodo decisivo continua a essere quello della subordinazione. Se le anticipazioni saranno confermate, il decreto ancora non compie il passo necessario per superare il modello del falso lavoro autonomo. In particolare, il richiamo alla presunzione di subordinazione già prevista dal Decreto Primo Maggio non sembra introdurre un meccanismo realmente più efficace di riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato.

Attendiamo di poter esaminare il testo ufficiale, ma riteniamo fin d'ora che il recepimento della direttiva europea debba rappresentare l'occasione per affrontare il cuore del problema: riconoscere che il lavoro organizzato e controllato dalle piattaforme è lavoro subordinato, con la conseguente applicazione delle tutele salariali, previdenziali e normative previste dal contratto collettivo di riferimento, che per noi non può che essere quello della Logistica. Saranno questi i temi che porteremo al confronto con il Ministero del Lavoro sullo schema di decreto legislativo, con l'obiettivo di trasformare il recepimento della direttiva in un reale avanzamento dei diritti dei rider e di tutti i lavoratori delle piattaforme.

Unione Sindacale di Base

20/07/2026

Verità e giustizia per Abderrahim Fakir

USB esprime la piena solidarietà e vicinanza ai familiari di Abderrahim Fakir, ucciso ieri a Bologna all’interno di un caseggiato nel quartiere Pilastro, durante l'intervento della Polizia.

Le immagini che stanno circolando in queste ore, le parole dei familiari e dei vicini che ieri sera, nel rione, si sono stretti attorno alla famiglia insieme a centinaia di solidali, mostrano un uomo a terra, immobilizzato, che implora aiuto.

Questa tragedia si poteva e si doveva evitare: è il prodotto delle politiche securitarie e repressive del governo Meloni, dei decreti sicurezza e della militarizzazione dei territori quali uniche risposte alle esigenze di cittadini e lavoratori come avvenuto in questi mesi nei confronti di chi si è opposto alla distruzione di un parco nel quartiere Pilastro.

In assenza di risposte vere a quelle che sono le necessità della popolazione, l'unica risposta diventa l’uso della forza, che si tratti di persone “agitate”, come è stato descritto dalla Questura il comportamento di Abderrahim, che si tratti del disagio o del conflitto per rivendicare lavoro, opporsi a salari bassi e ad affitti insostenibili e rivendicare sicurezza nei luoghi di lavoro.

L’USB chiede verità e giustizia per Abderrahim Fakir, sostiene la famiglia e gli abitanti del quartiere Pilastro nelle iniziative che verranno promosse a partire da questa sera alle 19 in piazza Nettuno per chiedere che si faccia piena luce su quanto accaduto.



USB Bologna

19/06/2026

+++EDITORIALE+++

LA TRIPLICE APPROVA UN’IPOTESI DI ACCORDO PER LASCIARE TUTTO INALTERATO

È pubblica la piattaforma Cgil, Cisl e Uil su contratti e rappresentanza

“Cgil, Cisl e Uil condividono la necessità di interve**re sui temi relativi al modello contrattuale, alla crescita dei salari, alla rappresentanza sindacale e datoriale e la sua certificazione”. Inizia così il documento per un accordo quadro che la triplice ha appena inviato alle associazioni datoriali, che sembrerebbe introdurre una serie di proposte o punti di qualche rilievo che possano produrre sostanziali modifiche al sistema dei contratti e favorire una ripresa del salario. Nel resto del documento, però, in questa direzione c’è poco o niente. Il sistema contrattuale viene interamente confermato, con una dichiarazione di intenti ad allargare l’area delle aziende dove realizzare la contrattazione di secondo livello, non si sa bene con quali strumenti ed in base a quali passaggi concreti. Sui salari la proposta, se così si può dire, è ancora più deprimente: viene confermato il riferimento all’indice IPCA NEI (cioè quello depurato dei prezzi dei prodotti energetici) che in passato la Cgil aveva respinto, e sostenuta una generica necessità di tenere agganciati i salari al costo della vita. In particolare si fa riferimento alla necessità di adeguare le retribuzioni all’andamento dei prezzi attraverso verifiche annuali, dimenticando che la maggioranza dei rinnovi contrattuali che hanno firmato queste stesse sigle sindacali si sono tenuti ben al di sotto dell’inflazione reale.

Nel testo c’è poi una parte dedicata a definire con più chiarezza cosa debba intendersi per TEM (trattamento economico minimo) e TEC (trattamento economico complessivo) e qui si scopre il vero intento dell’Accordo quadro: provare a rintuzzare l’operazione del governo Meloni, che con il decreto 1° maggio di quest’anno ha introdotto il “salario giusto” con il quale si santificano le retribuzioni attuali, comprese quelle dei contratti pirata. In fondo a Cgil, Cisl e Uil non interessa produrre un rialzo dei salari ma solo garantirsi l’esclusiva della contrattazione e perciò provano a dare una definizione più stringente del TEC al fine di evitare l’equiparazione tra i loro contratti e quelli pirata. Ma l’errore originale sono loro ad averlo commesso, introducendo il concetto stesso di TEC, che è servito mettere in secondo piano quello di TEM, l’unico che consenta un’equiparazione valida e indiscutibile tra differenti contratti e che potrebbe essere utilizzato al fine dell’introduzione di un salario minimo legale.

Infine, sul tema della rappresentanza Cgil, Cisl e Uil confermano gli accordi precedenti e si impegnano “ad estendere le elezioni delle RSU anche nelle realtà di minori dimensioni”: che si siano accorti che per milioni di lavoratori il sindacato semplicemente non esiste?

Per il resto, il documento riproduce alcuni luoghi comuni e frasi di circostanza in un nulla di proporzioni cosmiche. Se per la Cisl in fondo si tratta di aver raggiunto l’obiettivo di tenere a freno qualsiasi ipotesi di conflittualità, per la Cgil è la pietra tombale su qualsiasi idea di sindacato vicino ai lavoratori.

Un sindacalismo così incapace di cogliere lo spirito dei tempi, e indisponibile a cogliere l’aumento esponenziale dello sfruttamento del lavoro, l’Italia non ce l’aveva mai avuto. Con questo accordo Cgil, Cisl e Uil toccano decisamente il punto più basso della loro storia.

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