29/09/2026
Il 26 gennaio del 2026, Giulio Regeni, triestino classe ’88, dottorando dell’Università di Cambridge, scompare al Cairo durante un periodo di ricerca legato alla sua tesi di dottorato sui sindacati indipendenti egiziani. Il suo corpo è stato ritrovato il 3 febbraio di quell’anno nella strada che porta ad Alessandria. Un corpo con chiari segni di tortura disumanizzante, tra cui: fratture scomposte, ferite da taglio, bruciature di si*****te. Fino a giungere a quel fatale colpo alla nuca che ruppe una vertebra cervicale. Il caso in questione ha assunto la fisionomia di un giallo dalla ferocia inaudita. Il ricercatore italiano, calato nel contesto della sua ricerca dottorale, si è ritrovato invischiato all’interno di dinamiche dagli sviluppi assai critici non soltanto perchè fosse andato in contro a segreti inerenti ai sindacati indipendenti in Egitto, ma perché, tra i suoi informatori e intervistati, nacque la paura che si trattasse di un individuo legato ai servizi segreti. Almeno, queste, sono state le prime ipotesi investigative da parte dei servizi di sicurezza locale e i primi riscontri mediatici. La procura italiana, però, ha potentemente ribadito che Giulio Regeni non fosse una spia né un agente dei servizi segreti. E Simone Manetti, regista del docu-film sull’accaduto, intitolato “Tutto il male del mondo”, ne ricostruisce attentamente l’articolazione di questi avvenimenti, evidenziando, inoltre, che Regeni si sia trovato davanti a tutto quel male del mondo senza “capire” la concreta spietatezza contro la quale si stava per scontrare. A dieci anni dall’accaduto, nel settembre 2026, la sentenza è arrivata. I quattro 007 egiziani che avevano sequestrato il ricercatore italiano, conducendolo prima alla stazione di polizia di Dokki e in seguito alla Caserma di Lazoghly al Cairo, sono stati condannati dalla Corte d’Assise di Roma. Si tratta del maggiore Magdi Ibrahim Abdel Sharif, dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed e del generale Tariq Sabir. Però la sentenza non è per l’omicidio, ma soltanto per il sequestro. È così che salta l’ergastolo richiesto dalla procura per il primo dei quattro indicati e scatta l’assoluzione del generale Sabir.