13/05/2024
Morta Franca Nuti, musa di Luca Ronconi e signora del teatro italiano
diMaurizio Porro
La grande prima attrice si è spenta ieri, domenica 12 maggio, a 95 anni, nella sua casa milanese. Le sue interpretazioni in teatro e in tv lasciano memorie indelebili
Morta Franca Nuti, musa di Luca Ronconi e signora del teatro italiano
Franca Nuti
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Si è spenta ieri, 12 maggio, poco prima di mezzanotte, Franca Nuti, una delle più grandi attrici del teatro italiano, musa di Ronconi e non solo, premiata per Ibsen, stimata per la forza, la classe, il coraggio con cui ha sempre affrontato, sfidato, analizzato dal profondo il mestiere di recitare. Ha avuto due anni brutti, un finale di partita triste dopo un malore, nella sua casa milanese, accanto al marito ora disperato, Giancarlo Dettori, un collega di alta classe anche lui.
Franca Nuti, classe 1929, nata in un freddo febbraio torinese, diplomata nel ’54 all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, è stata una protagonista del teatro, con 200 spettacoli all’attivo considerando anche tv e radio, oltre a un’attività continua di insegnante per i giovani prima a Roma, poi a Torino, infine a Milano alla scuola di Ronconi, di cui è stata prima attrice amatissima. Maestra di dizione e dedizione, Franchina, come la chiamava il marito a volte partner in scena Giancarlo Dettori, aveva una sensibilità interiore (una sorella, non a caso, fu poetessa) che la portava a esprimere per naturale vocazione con gli occhi, i gesti, la voce, la spiritualità del fatto teatrale e di certi autori nordici in particolare, come il prediletto Ibsen in nome del quale vinse un premio in Svezia.
Tra i moltissimi riconoscimenti (quattro Ubu, Simoni, Flaiano, Duse, molti altri), specialista di teatro ibseniano (John Gabriel Borkmann, Spettri, Piccolo Eyolf, Peer Gynt, Le colonne della società), a volte anche di Strindberg (edizione cult del «Temporale» in tv). Nonostante il lungo matrimonio con due figli e nipoti, Nuti e Dettori non furono una ditta teatrale coniugale classica, bensì solo saltuariamente insieme in scena. Per esempio in un’edizione del «Faust» diretto da Cesare Lievi (2007) (con cui fu superlativa anche in «Alla meta» di Bernhard), negli «Spettri», nell’epistolario di 700 lettere fra la Duse e Boito, dividendosi però in famiglia i due mattatori del teatro moderno: Dettori recitando per oltre 50 anni al Piccolo Teatro con Strehler cui ha fatto omaggio con un recital, mentre Nuti ha avuto esperienze meravigliose con Ronconi, sempre al limite di una fatica interpretativa che era anche psicologica.
Una battaglia estetica ad armi pari coraggiosa per entrambi, talenti diversi e complementari, faticosa specie nel caso di «Ignorabimus» di Arno Holz recitata dalla Nuti e altre quattro attrici in abiti maschili (Boccardo, Fabbri, Aldini, Gherardi), spettacolo di durata «ronconiana» visto solo al Fabbricone di Prato nell’86 nella sontuosa scena di Margherita Palli.
Sempre con Ronconi la Nuti fu nell’88 magnifica madre superiora nei «Dialoghi delle carmelitane» di Bernanos e poi «Tre sorelle» di Cecov e «Donna di dolori», straordinario assolo gotico di Patrizia Valduga.
Donna affettuosa, attenta nelle amicizie, perfetta anche nel preparare il pathè di tonno, di profondi interessi umani e culturali (partecipò a un progetto poetico con Giovanni Raboni) Nuti aveva iniziato a calcare le scene coi grandi anni '50: l’«Allodola» di Anouilh con Benassi, Brignone, Santuccio e poi i «Sequestrati di Altona» di Sartre con Proclemer e Albertazzi, momenti magici di un teatro che fu. L’attrice - che si programmò una lunga pausa per stare vicina ai figli piccoli – ha avuto una formazione artistica varia, sentendo i suggerimenti di Costa, Bolchi, Ferrero, Buazzelli, Pasqual («Donna Rosita nubile»), Trionfo (l’indimenticabile «Tito Andronico»), Cobelli per Garcia Lorca in tv; e Zeffirelli per «Dopo la caduta» di Miller con la Vitti nei panni di Marilyn.
Fu anche coinvolta in famosi sceneggiati, quello di Majano su Marco Visconti con Vallone e Lavia e l’«Idiota» dostoevskjiano di Albertazzi, recitando poi anche per Giorgetti, Battistini, Puggelli. Sempre in una scelta originale e coerente di repertorio, fino all’ultimo straordinario spettacolo al Piccolo, maggio ’21, «A German life», di Hampton, regìa di Claudio Beccari, storia della segretaria di Goebbels Brunhilde Pomsel che su una sedia racconta ultracentenaria la propria storia e la caduta del nazismo. Già 92enne, l’attrice temeva il monologo ideologico superato alla grandissima, dando una lezione modernissima con capacità di allacciare le qualità di due generazioni, sempre con uno sforzo spirituale che le si leggeva dentro, risultato di un suo bisogno interiore per cui il suo sguardo non era mai in quinta, ma all’eternità della scena e delle memorie indelebili che ci lascia.
La grande prima attrice si è spenta ieri, domenica 12 maggio, a 95 anni, nella sua casa milanese. Le sue interpretazioni in teatro e in tv lasciano memorie indelebili