14/03/2025
Dilemma TFR, perché destinarlo a un fondo pensione? Vediamo insieme i vantaggi!
PERCHÉ? - l’invecchiamento demografico e la precarietà lavorativa – la tenuta del sistema pensionistico pubblico è a rischio e la previdenza integrativa non è ancora riuscita a conquistare pienamente la fiducia dei lavoratori italiani, il TFR potrebbe rappresentare un alleato prezioso per i futuri pensionati. Ad oggi, il Trattamento di Fine Rapporto – quella componente della retribuzione dei lavoratori dipendenti che viene erogata al momento della cessazione del rapporto di lavoro – può essere accantonato in azienda oppure destinato a un fondo pensione, e quindi investito sui mercati, a discrezione del singolo lavoratore.
Alla base della scelta di tenere il TFR in azienda, il campione intervistato da Moneyfarm crede vi sia soprattutto un problema di disinformazione: secondo il 39% dei rispondenti molti lavoratori dipendenti semplicemente non sanno di poter conferire il TFR a un Fondo Negoziale di Categoria, a un Fondo Aperto o ad un PIP. Un altro tema è quello della flessibilità, con quasi un quarto degli intervistati che vede il TFR in azienda come più liquido e flessibile.
VANTAGGI RENDIMENTO - Se lasciato in azienda, il TFR viene rivalutato in misura prestabilita al tasso fisso dell’1,5%, cui aggiungere la componente variabile pari al 75% del tasso di inflazione rilevato da Istat. Aderendo alla previdenza complementare, invece, il TFR conferito che andrà ad alimentare il montante finale viene investito sui mercati finanziari. Si tenga conto che, a settembre 2024 (ultimo dato Covip), il rendimento netto medio annuo degli ultimi 10 anni e 9 mesi è stato pari al 2,7% per i fondi negoziali, al 2,9% per i fondi aperti, al 3,2% per i PIP di ramo III, con le linee azionarie pure che hanno guadagnato in media il 5%; nello stesso periodo, la rivalutazione del TFR è risultata pari al 2,3% annuo. “Dunque, già a dieci anni i fondi pensione mostrano risultati più elevati rispetto al TFR”, commenta Camilleri.
VANTAGGI FISCALI - Inoltre, secondo le elaborazioni di Smileconomy riportate da Moneyfarm nel proprio studio, al netto di costi e fiscalità, anche in uno scenario di elevata inflazione media (3%), lasciare il TFR in azienda ha un costo per gli anni della pensione, con differenze che per i più giovani possono arrivare all’83% di ricchezza in meno.
Ad esempio, un quarantenne dipendente, con un reddito di 2.000 euro netti, potrebbe attendersi 57.838 euro dal TFR lasciato in azienda, mentre, conferendolo a una forma di previdenza integrativa, potrebbe ricevere tra i 60.525 euro con una linea a basso rischio (obbligazionaria) e i 92.982 euro con una linea ad alto rischio (azionaria), un delta di ben 35.144 euro.
Sotto l’aspetto fiscale c’è infatti da considerare anche la differenza di tassazione al momento dell’erogazione del TFR: se è stato lasciato in azienda, al momento della sua liquidazione, sarà soggetto a tassazione separata su cui verrà applicata l’aliquota IRPEF media dei cinque anni antecedenti la cessazione dell’attività lavorativa (tra il 23% e il 43%); nel caso di versamento al fondo pensione invece, la prestazione pensionistica che verrà erogata sconterà una tassazione agevolata che dal 15% si riduce dello 0,3% per ogni anno di iscrizione alla previdenza complementare successivo al 15° fino a un minimo del 9%.
https://www.morningstar.it/it/news/259650/dilemma-tfr-perch%C3%A9-destinarlo-a-un-fondo-pensione.aspx