11/09/2021
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𝘾’𝙚𝙧𝙖𝙣𝙤 𝙪𝙣𝙖 𝙫𝙤𝙡𝙩𝙖 𝙡𝙚 𝙏𝙊𝙍𝙍𝙄 𝙂𝙀𝙈𝙀𝙇𝙇𝙀
Il problema è che soffriva di vertigini. Non l’aveva mai detto a nessuno, ma lui soffriva tremendamente di vertigini. Gli piaceva disegnare e progettare i grattacieli, certo, ma quando si trattava di salirci sopra, era letteralmente terrorizzato.
Solo che Minoru Yamasaki, celeberrimo architetto americano di origini giapponesi (come si può facilmente capire dal cognome), cercava di dissimulare in tutto e per tutto questo suo limite, perché ne sarebbe andato del suo lavoro, perché avrebbe rischiato di non essere ingaggiato e perché questo sarebbe stato un vero peccato, con tutte le idee e con tutto il talento che aveva.
“Vogliono 930mila metri quadrati di superficie”. C’era questa richiesta, ben precisa, nel concorso d’idee che il committente del futuro World Trade Center, l’Autorità Portuale di New York e del New Jersey, aveva inserito tra i parametri che i progettisti avrebbero dovuto rispettare alla lettera, nella loro proposta. E questo perché c’era immenso bisogno di spazi per gli uffici, in quella New York di fine anni Sessanta, e c’era un altrettanto immenso bisogno di rivitalizzare la parte più a sud di Manhattan, come aveva espressamente indicato David Rockefeller, suggerendo all’Autorità Portuale di costruire proprio a Downtown.
Ma creare 930mila metri quadrati di superficie avendo due basi quadrate di 63 metri su ciascun lato, significava una cosa soltanto: dover andare su in altezza a un livello che non si era mai visto prima al mondo. Minoru Yamasaki, che era nato a Seattle, aveva sempre vissuto negli Stati Uniti ma occhieggiava con grande interesse allo stile neoclassico, si mise a fare i conti con il suo staff e alla fine disegnò due enormi torri, di centodieci piani ciascuna.
Si era sentito male al solo vederle sulla carta, e chissà come si sarebbe sentito poi, al momento di doverci entrare, dentro quei grattacieli. Ad ogni modo, il suo progetto fu quello che piacque più di tutti all’Autorità Portuale e, nel 1966, l’appalto venne assegnato allo studio di Yamasaki e, in collaborazione, allo studio di Emery Roth & Sons.
Centodieci piani, 417 metri e mezzo di altezza per la Torre Nord e 415 metri per la Torre Sud: arrivò a stabilire il primato dei grattacieli più alti del mondo, l’architetto che soffriva di vertigini e che, immaginando che questo suo problema fosse comune a molti, disegnò finestre non più larghe di 46 centimetri, in modo che le persone, anche ad altezze molto elevate, mantenessero sempre la sensazione di sentirsi protette.
Oggi, a vent’anni di distanza dall’11 settembre 2001, fa riflettere il fatto che Minoru Yamasaki concepì così il WTC 1 e il WTC 2 per ‘proteggere le persone’. Fa riflettere perché, a causa degli attentati terroristici, in mezzo a queste lamiere di acciaio persero la vita 2753 tra donne, uomini e pure bambini, e molti di loro passarono proprio in mezzo a quegli stretti 46 centimetri di finestre, gettandosi nel vuoto nell’ultimo e disperato tentativo di sfuggire alle fiamme.
Minoru morì il 7 febbraio del 1986 a Bloomfield Hills, in tempo per vedere la camminata fra le due torri del funambolo Philippe Petit, il 7 agosto del 1974 (ben raccontata nel film ‘The Walk’), non in tempo per vedere l’attentato dinamitardo del 26 febbraio 1993 e soprattutto l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, quando le sue creature si frantumarono al suolo, dopo esser state disciolte dal fuoco e dalle fiamme.
Dentro non c’erano colonne, erano tutti open space: il progettista l’aveva volute così, le due torri, perché doveva creare 930mila metri quadrati di spazi, e la partita si giocava su ogni centimetro, persino sull’ingombro dei 92 ascensori. Come fare a farceli stare tutti? Minoru, che viaggiava in metropolitana tutti i giorni, un pomeriggio ebbe l’idea geniale: sistemare nello stesso incavo la cabina locale e quella veloce. Quella locale si sarebbe fermata a tutti i piani, quella veloce solo in determinati piani, esattamente come la linea local e la linea express della subway.
Le abbiamo viste, le abbiamo fotografate, le abbiamo vissute. Le abbiamo sognate prima di entrarci dentro, e poi le abbiamo ricordate con nostalgia. Quanto bene abbiamo voluto a queste torri, a queste torri nate dalla mente di un architetto che aveva paura dell’altezza.
Da vent’anni non ci sono più. In questi giorni, vi raccontano e vi racconteranno da più parti come e perché sono state distrutte. A me piaceva l’idea di raccontarvi, invece, come sono state costruite, la storia che c’è dietro.
𝙎𝙤𝙣𝙤 𝙥𝙖𝙨𝙨𝙖𝙩𝙞 20 𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙚 𝙡𝙚 𝙘𝙤𝙨𝙚 𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙥𝙚𝙜𝙜𝙞𝙤𝙧𝙖𝙩𝙚!
I ❤️ New York city